20th
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Riflessione sull’ingiusta eliminazione dell’Irlanda di Trapattoni per “mano” di Henry e della spocchiosa Francia - E intanto nel gruppo azzurro si prepara un’altra eliminazione: quella di Pazzini, che così imparerà a tenere la bocca chiusa. ” […] Il calcio sarà ingiusto anche con Giampaolo Pazzini, che si è accorto del fatto che una semplice verità burocratica gli costerà il posto. Le sue acrobazie dialettiche nel dopopartita di Italia-Svezia valgono più di qualsiasi anticipazione: “Non volevo fare alcuna polemica: su Amauri ho semplicemente detto la verità ed è scoppiato il finimondo”. Oltre che le parole, ovvietà che solo in un ambiente bulgaro potevano passare per dichiarazioni incendiarie, Pazzini pagherà i cori a suo favore del Manuzzi, contrapposti ai fischi per il solito noto. “Sono contento dei consensi ricevuti, ma ribadisco che ho solo detto una cosa vera”. L’ultima amichevole dell’Italia prima della comunicazione dei 23 convocati, a meno di cambi di calendario, è prevista per il 3 marzo e per quella data il passaporto italiano di Amauri (al di là dei discorsi etici più volte fatti, che gli amanti del calcio dei club trovano noiosi: tranquilli, sabato si ricomincia) potrebbe non essere pronto. Lippi rischia quindi di convocare per il Mondiale un giocatore mai provato nemmeno in amichevole. Perché conta il gruppo, anche se bisognerebbe dire quale […].”
«[…] Possibile che quando Blanc dice: “Rispettiamo le sentenze della giustizia sportiva ma non le condividiamo”, non ci sia nessuno in grado di spiegargli che “rispettare” – anche in caso di non condivisione – significa “accettare”, e cioè prendere atto dello stato delle cose; altrimenti il rispetto diventa disprezzo? Ed è sicuro Blanc di non essersi avventurato su un terreno minato? Se lui può dire che il 28° e il 29° scudetto della Juventus – cancellati dai giudici – a tutti gli effetti vanno considerati validi, qualcuno potrebbe avere altre opinioni; per esempio, potrebbe pensare che tutti gli scudetti vinti dalla Juve nell’era-Moggi – e non solo quelli 2004-2005 e 2005-2006 – siano scudetti col verme. E potrebbe pensarlo con qualche elemento in più per sostenere la propria tesi. Basti pensare al Baldas designatore arbitrale nella stagione 1997-1998 (quella di Juventus-Inter 1-0, rigore-non rigore Iuliano-Ronaldo, arbitro Ceccarini) o alla sentenza della Cassazione, maggio 2007, che certificò il doping di squadra praticato alla Juve nel quinquennio lippiano dei 3 scudetti, della Champions strappata all’Ajax e dell’Intercontinentale vinta col gol di Del Piero. Insomma: che a Blanc venga in mente di rimettere il bollino blu di Chiquita sui due scudetti tolti alla Juve maneggiona della Triade è veramente il colmo. Lui dice che gli scudetti sono 29 e non 27; ma alla luce di quel che è venuto a galla, rimestando nel pentolone di Mastro Moggi, Mastro Giraudo e Mastro Agricola, c’è chi pensa che gli scudetti della Juventus dovrebbero essere non 29, non 28 e non 27, bensì 22. Proprio così: cinque in meno di quelli ufficiali che Blanc tanto contesta. Perché alla favola di Moggi e Giraudo verginelle che un bel giorno – dopo 10 stagioni trascorse nella stanza dei bottini di casa-Juve da educande – cadono in tentazione e sbagliano, non crede nessuno. Andatevi a rivedere le immagini del processo-Guariniello, con la sfilata dei giocatori balbettanti, e a rileggervi le motivazioni della Cassazione sul doping di squadra praticato in quei 5 anni alla Juve, che più che un club di calcio era una succursale del San Raffaele; andate a rileggervi chi era il designatore nell’anno dello scudetto 97-98 (proprio lui, Baldas, il futuro burattino della moviola taroccata di Biscardi) e chi erano i designatori degli scudetti del Duemila targati Lippi (ve lo diciamo noi: il gatto e la volpe Bergamo & Pairetto). E poi diteci se non farebbe bene, Blanc, a tenersi stretti – e in silenzio - i 27 scudetti. Anche se qualcuno puzza maledettamente di tarocco. […]
«Kill the referee» - Uccidi l’arbitro, il docu-film sugli arbitri. Giusto per rendersi conto cosa si dicono in campo giocatori, arbitri e compagnia bella.
Gomez, Travaglio, Elio e Rocco Tanica cantano l’inno di forza Italia.
Forza Italia, fatti processare. Tanto la fai comunque franca.

Cento anni fa.
È la Lombardia del 1909, quella in cui nasce Angelo Moratti, a Somma Lombardo, il 5 novembre. Diventerà una persona indimenticabile, come pochi sanno essere, lo sarà non solo per chi vive con lui gli anni della Grande Inter, anche per l’industria italiana, per Milano, per tutti.
Chi lo porta a tifare per l’Inter è sua moglie Erminia, una domenica in cui i nerazzurri si misurano con la Lazio. Anni dopo, la decisione di diventarne Presidente. Siamo già a metà degli anni cinquanta, l’Italia è uscita dalla guerra da soli dieci anni, ma ha fatto di tutto per lasciarsela alle spalle. L’Italia e soprattutto Milano, la città simbolo della ricostruzione, grazie anche a uomini come lui. Petroliere: ha creduto nel petrolio, che negli anni in cui è nato risultava ancora una lontana scoperta.
Nel 1955, l’anno in cui diventa Presidente, è concentrato su una raffineria in Sicilia e una centrale elettrica a lignite in Umbria. Apparentemente, un terzo impegno ci starebbe a fatica, nell’equilibrio generale, ma lui sa amministrare il senso del tempo e della propria energia senza avere mai la tentazione di tirarsi indietro. Dev’essere stata un’energia contagiosa.
Dopo, di lui, si racconterà che sapeva emanare una carica positiva su tutti, collaboratori e familiari. Sapeva far sentire importanti le persone.
Non vince subito, impara a vincere. Dirà poi, che ogni industriale dovrebbe aver provato a stare nel calcio, perché è una lezione potente di vita.
Con l’Inter, dopo, vince tutto. Ha imparato a scegliere, giocatori, dirigenti, allenatore. Quando arriva al confine di questo suo imparare, un giorno dice in famiglia ‘da domani si fa sul serio’. E l’Inter vola sulla vetta del mondo, inanellando un palmares ineguagliabile con un ritmo di vittorie serratissimo.
Siamo a metà degli anni sessanta. Un milione è un milione di lire, tantissimo. Angelo Moratti è generoso, coinvolgente, deciso. I giocatori firmano in bianco i contratti, perhé c’è lui. Helenio Herrera è un grande condottiero, ma non è mai solo, il Presidente lo preserva dagli errori, la cessione di Mario Corso, per esempio. Lo fa evitandogliela, e negando di aver mai ricevuto offerte. Jair è una pantera, Suarez una fantastica intuizione diventata realtà , Mazzola un ragazzino che si fa uomo, Facchetti è l’alba di una leggenda che sarà nerazzurra per sempre.
Picchi è un vero capitano. Loro lo portano in trionfo, dopo le Coppe, ma è lui che ha saputo convincerli di essere dei campioni.
È un calcio diverso da oggi, è un calcio in cui le trasferte si fanno in macchina, anche da Presidente, affiancato sempre dai figli Gianmarco e Massimo. Oppure si va verso San Siro, sempre lo stesso percorso, la medesima frequenza radiofonica, guai a interrompere il rito.
Fuori, c’è la Milano dirompente di quegli anni, così familiare e al tempo stesso creativa. Adriano Celentano, tifoso nerazzurro, è un cantante vincente da poco, i Beatles sono l’eco inglese di un’arte nuova, la Scala ha le sue prime, Angelo Moratti vola su questi giorni storicamente irripetibili con assoluta eleganza e con decisione.
Il senso della famiglia si riflette nelle immagini fermate nel tempo di quegli anni. Lady Erminia, Gianmarco, Massimo, le sorelle, bellissime, Natalino. Ognuno poi avrà la sua storia, ma l’Inter riunisce tutti.
Quando annuncia il passaggio di proprietà, regalando a Ivanoe Fraizzoli un bene pesante, sia a livello di lignaggio sia di impegno, dirà che c’è un enorme rimpianto a lasciare qualcosa di così amato, non solo da lui, ma dalla gente, anzi, che il maggior rimpianto è lasciare il pubblico. La gente lo ha ispirato quel giorno del 1955 in cui ha deciso di prendersi sulle spalle anche l’Inter.
Milano è cambiata, e molto. Il calcio ha ritmi diversi, rispetto agli anni sessanta. E molte cose sono successe dopo. Ma il ricordo non è rimpianto, è una fonte di conoscenza. Se si dovessero riassumere i giorni di Angelo, la gente lo chiamava così, se lo incontrava per strada, con delle caratteristiche, si userebbero termini senza tempo.
Passione. Intelligenza. Coraggio. Integrità. E anche fantasia, la curiosità di non fermarsi davanti alle soluzioni più ovvie.
Cento anni sono passati dal quel 5 novembre 1909 che è all’origine di una storia meravigliosa

I due video trasmessi ieri sera dal programma “Le Iene Show” zittiscono le malelingue e smentiscono «le menzogne del professor Elio Rossitto, che ieri ha rassegnato le dimissioni dall’università di Catania.
Dominique ha rotto l’incantesimo dicendo la verità che tanti mormoravano e nessuno aveva l’innocenza di dire ad alta voce. Ci ha dato un buon esempio.
L’inchiesta penale sta andando avanti e diverse studentesse iniziano a parlare.
Mentre scrivo Dominique è qui con me. E’ venuta a Milano su invito della produzione di “Italia 1″, pensando di poter spiegare in diretta tv le ragioni del suo gesto e di invitare i suoi coetanei a non accettare più compromessi.
In realtà l’avevano invitata solo per farla apparire in una gag al termine del servizio, della serie: sei carina, perchè non vieni a lavorare a Mediaset…
Lei ha rifiutato e se n’è andata. (La produzione non le ha pagato nemmeno il taxi)».